Santi Bernardo e Brigida
Patroni di Lucento - Torino


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Nel 1700, alla morte, senza discendenti, di Carlo II d'Asburgo, re di Spagna, le monarchie europee diedero avvio ad una complessa attività diplomatica per la successione. All'apertura del testamento, intrecci dinastici portarono ad un’ alleanza Spagna-Francia destinata a sovvertire gli equilibri europei.

Il conflitto che seguì è noto come "guerra di successione spagnola" e si protrasse per oltre dieci anni, concludendosi con i Trattati di Utrecht (1713) e Rastadt (1714).

Il Ducato di SavoiaVittorio Amedeo II si trovava tra la Francia e il milanese che era nelle mani della Spagna e costituiva il naturale corridoio di collegamento tra i due alleati, per cui Luigi XIV di Francia quasi impose al duca Vittorio Amedeo II l'alleanza con i franco-ispanici per ovvie esigenze strategiche. Ma nel 1703 Vittorio Amedeo II cambiò campo mettendosi dalla parte degli Asburgo e della coalizione antifrancese che vedeva Inghilterra, Portogallo, Danimarca e Olanda.

Nell'autunno del 1703 Luigi XIV iniziò la guerra contro il piccolo vicino ribelle. Tra il 1704 e 1705 le truppe del Re Sole invasero prima la Savoia e poi il Piemonte.
Circondate e attaccate da tre eserciti; vennero perdute: Susa, Vercelli,Chiasso, Ivrea e Nizza.

Il 12 maggio 1706 l’esercito francese, forte di 78 battaglioni e di 8 squadroni complessivamente composto di 60.000 soldati, pose l’assedio alla città di Torino, accampandosi nel triangolo formato da Venaria, Lucento e Regio Parco. L’esercito piemontese contava, sino a quel momento, 6.600 unità più 5.000 uomini appartenenti alla milizia urbana.

Per quattro mesi Torino fu bombardata, piombavano sulla città oltre 8.000 cannonate al giorno.

Durante il memorabile assedio tutta la cittadinanza, senza distinzione di sesso, di ceto e di età, Donne in aiuto dei combattenti diede bellissime prove di costanza, di fede, di patriottismo e di valore; molti cittadini che presero le armi riuscirono a formare otto battaglioni che resero preziosi servigi alla difesa; il clero, infiammato dall'ardente parola dell'arcivescovo Vibò e dall'esempio del padre Sebastiano Valfrè, si prodigò ammirevolmente in atti di pietà; gli orfani e i poveri degli ospedali prestarono la loro opera negli scavi e nel trasporto delle munizioni; numerose donne furono impiegate a trascinar fascine od altro nei luoghi battuti dalle artiglierie nemiche, mostrando grande coraggio e sprezzo del pericolo.

Si combatteva di giorno e di notte; Pietro Miccai Francesi sferravano frequenti e vigorosi assalti ai bastioni, ma sempre venivano sanguinosamente respinti; piovevano i proiettili nella città recando strage e rovine, ma il coraggio dei difensori non venne meno un solo istante e quando il nemico, visti inutili tutti i tentativi di prendere a viva forza la città, cominciò a scavar mine e gallerie, gli assediati non si sgomentarono e risposero scavando altre gallerie e alle mine opponendo contromine.

Durante l'assedio, verso la mezzanotte del 29 agosto, si svolse il famoso episodio di Pietro Micca, che perse la vita dando fuoco alle polveri di una mina sotterranea per impedire ai soldati francesi di raggiungere, con una sortita, la porta attraverso la quale si entrava nella galleria che conduceva all'interno della piazzaforte situata nel cuore delle fortificazioni della cittadella.

Si avvicinava intanto con poderosi rinforzi imperiali il principe EUGENIO DI SAVOIA. Per giungere nel Principe Eugenio di SavoiaPiemonte egli doveva attraversare una vasta regione occupata dai nemici, che, in campo aperto o dalle fortificazioni, potevano ostacolarlo impedendogli di giungere in tempo a salvare Torino; ma il grande generale, con un'abilissima marcia che rappresenta una delle pagine più belle della sua vita militare, seppe evitare tutti gli ostacoli e congiungersi il 28 agosto con il cugino Vittorio Amedeo che si trovava accampato a Carmagnola. Questi, quando seppe dell'avvicinarsi del principe, gli andò incontro a Villastellone, e tutti e due, unite le loro forze che sommavano a diecimila cavalli e ventiquattromila fanti, andarono a mettere il campo tra Chieri e Moncalieri.

I due condottieri salirono sul colle di Superga per esaminare meglio, da quell’altura, il campo di battaglia. Constatarono che lo schieramento nemico presentava punti deboli nella zona tra la Dora e la Stura. Giunsero alla conclusione che convogliando gli attacchi in quella zona poteva esserci una possibilità di successo.

Alcuni storici asseriscono che Vittorio Amedeo Il e il Principe Eugenio si recarono una seconda volta sul colle di Superga, il 2 settembre dello stesso anno, fu in quella occasione che entrarono insieme nella chiesetta sita sul colle, che fungeva allora da parrocchia per i pochi fedeli della collina. Vittorio Amedeo Il si prostrò ai piedi della statua (quella venerata tutt’oggi nella cappella detta del voto) facendo voto che se la Madonna gli avesse fatto ottenere la vittoria avrebbe costruito sul colle di Superga un magnifico Tempio a lei dedicato.

All'alba del 7 settembre del 1706 tutto l'esercito austro-piemontese mosse all'assalto del campo trincerato dei Francesi. L'ala sinistra, operante dalla parte della Stura, era comandata da Vittorio Amedeo, l'ala destra sotto il comando di Eugenio di Savoia operava dalla parte della Dora Riparia in cui l’ala sinistra francese poggiava al castello di Lucento. Alle 9 gli imperiali iniziarono il fuoco d’artiglieria. Alle 10,30 ben 8 colonne di fanteria attaccarono tra la Dora e la Stura, quella di sinistra rinforzata con granatieri, genieri ed artiglieria.

Ignace Jacques Parrocel-Copia del dipinto raffigurante la Battaglia di Torino del 7 settembre 1706

Duca d'Orleans La cavalleria seguiva come riserva, guidata personalmente da Eugenio di Savoia, contro l’ala destra francese, attestata presso Lucento, guidata dal duca d’Orleans. Vittorio Amedeo guidava l’ala sinistra.


Alle 11 gli attaccanti superarono i trinceramenti e solo l'ala sinistra francese, appoggiata al castello di Lucento, resisteva.

Duca Ferdinando Marsin La cavalleria francese contrattaccò ma fu respinta dal fuoco di fucileria. Gli attaccanti catturarono 3 cannoni e li voltarono contro i francesi.
I francesi dell'ala sinistra si ritirarono sulla riva destra della Dora e ruppero il ponte. Rimasero feriti il duca di Orleans, ed in modo più grave, il generale Ferdinando Marsin. L'ala destra francese ripiegava combattendo. Albergotti fu chiamato in soccorso ma rimase a fronteggiare i sabaudi presso Ghieri.
Intorno alle 12 , Wierig Philip Lorenz Duca di Daun sull' ala sinistra , il duca di Savoia conquistava Madonna di Campagna mentre sull’ ala destra proseguiva l' attacco di Lucento. I francesi intanto contrattaccavano con forze fresche.

Anche le milizie assediate in Torino vollero prender parte alla battaglia e dieci battaglioni, guidati da Wierigh Philip Lorenz duca di Daun, effettuarono una sortita uscendo dalla porta Susina. Si gettarono sul nemico prendendolo sul fianco ed alle spalle, mentre i tetti delle case più alte si gremivano di gente desiderosa di assistere al combattimento che doveva decidere delle sorti della città.

I sabaudi contrattaccarono a loro volta da Madonna di Campagna appena conquistata. I francesi furono respinti verso il Po, mentre il duca di Savoia con gli ussari piemontesi effettuò una carica tra Lucento e l’attuale Parco Carrara, contro il fianco destro francese. Alle 14,00 nella zona del castello di Lucento i Francesi resistevano ancora, ma quando seppero che dall' altro lato i trinceramenti erano stati rotti e superati, si ritrassero disordinatamente e, dopo aver tentato un supremo sforzo per rialzare le sorti della battaglia, completamente battuti si diedero alla fuga.

Ignace Jacques Parrocel-Battaglia di Torino del 7 settembre 1706 Particolare del Castello di Lucento

Alle 15 la battaglia era terminata e vinta.

Quello stesso pomeriggio Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio di Savoia entrarono nella città ormai liberata da Porta Palazzo, tra due ali di folla esultante, e si recarono al Duomo per assistere ad un Te deum di ringraziamento.

Pochi anni dopo, una volta riassestate le finanze del Ducato, Vittorio Amedeo, sciogliendo il voto che aveva fatto, affidò all'architetto Filippo Juvarra la costruzione di una grande basilica dedicata alla Vergine sulla collina di Superga, nel punto in cui lui ed Eugenio avevano avuto la prima intuizione della vittoria. La basilica accoglie inoltre le tombe di numerosi membri della casa Sabauda.

Veduta aerea della Basilica di Superga